Terapia

“L’oscurità è generosa.
Il suo dono principale è il nascondere: il nostro vero volto si cela nel buio sotto la pelle, il nostro vero cuore resta nascosto ancora più sotto.
Ma il suo dono più grande non è proteggere le nostre verità segrete, bensì nascondere a noi stessi le verità degli altri.
L’oscurità ci protegge da ciò che non abbiamo il coraggio di sapere.
Il suo secondo dono è l’illusione del conforto: la serenità dei bei sogni nell’abbraccio della notte, la bellezza che la fantasia dona a ciò che risulterebbe ripugnante nella luce violenta del giorno.
Perchè è il giorno ad essere passeggero.
Il giorno è l’illusione.
Il suo terzo dono è la luce stessa: come i giorni sono definiti dalle notti che li separan, così le stelle sono definite dal nero infinito in cui ruotano; l’oscurità abbraccia la luce, e la genera dal suo stesso centro.
A ogni vittoria della luce, è l’oscurità che vince.

L’oscurità è generosa e paziente.
E’ l’oscurità che semina la crudeltà nella giustizia, che istilla il disprezzo nella pietà, che avvelena l’amore con i semi del dubbio.
L’oscurità sa essere paziente, perchè la minima goccia di pioggia farà germogliare quei semi.
La pioggia verrà, e i semi germoglieranno, perchè l’oscurità è il terreno in cui crescono , ed è le nubi che li coprono, e attende dietro la stella che si illumina.
La pazienza dell’oscurità è infinita.
Alla fine anche le stelle si spengono.

L’oscurità è generosa, ed è impaziente, e vince sempre.
Vince sempre perchè è ovunque.
E’ nella legna che arde nel tuo focolare, e nella pentola sul fuoco; è sotto la tua sedia e sotto il tuo tavolo, e sotto le lenzuola del tuo letto.
Cammini nel sole di mezzogiorno, e l’oscurità è con te, attaccata alle suole delle tue scarpe.
La luce più intensa getta l’ombra più buia.

L’oscurità è generosa, è paziente e vince sempre… ma al centro della sua forza sta la sua debolezza: una candela è sufficiente a fermarla.
L’amore è più di una candela.
L’amore può accendere le stelle
.”

E’ come essere alla deriva e non capire dove sei. Sentirti ondeggiare senza sosta e lasciarti andare. Poi non si sa come si tocca terra e si continua a venir sballottato di qua e di là sulle onde, avanti e indietro, e stiamo peggio perché la nostra deriva diventa confusione, frustrazione, poi un’onda più forte ci porta sulla spiaggia e nella sabbia troviamo una conchetta. Apposta per noi. Perfetta per noi. Il nostro posto. E pian piano le soddisfazioni per aver trovato un posto che ci va bene ci fa recuperare spessore, ci dona una cosa che prima non avevamo, una nuova dimensione, la terza dimensione. Quando abbiamo ripreso un po’ di forza finalmente ci rialziamo in piedi e ci accorgiamo, come chi è disteso e poi si rialza, che non solo il mare è tanto grande, ma anche che il cielo è così alto… e finalmente lo vediamo. Nel nostro posto vediamo ogni cosa…

Alcune persone sono bombe di luce che si tengono chiuse con la sicura. E io ho visto una bomba di luce disinnescarsi. Non esplodere. Disinnescarsi. E risplendere in tutto il suo splendore.
Ancora una volta ho visto direttamente la forza di un sentimento.
Cosa può far allontanare da un uomo l’oscurità nel quale si è immerso come in un bozzolo, rannicchiato su se stesso? La risposta è semplice, scontata, banale… la luce.
E ci sono tanti tipi di luce. Ma la luce più potente è l’amore.
Non sono stupidaggini, è l’amore quella luce. Non è banale o scontato, è ovvio. È naturale.

E come sempre mi ci vogliono gli scorloni.
Ma mentre prima questo per me era palese, evidente, ora l’avevo oscurato. Chiusa nel mio bozzolo.
E’ bastata una domanda.
“Sei sicura di avere fatto tutto quello che potevi fare?”.
Mi sono riguardata dentro tutte le lotte interiori che ho fatto per me stessa con me stessa per costringermi a fare qualcosa, qualsiasi cosa, cercare di parlarle, cercare di capirla, cercare di vederla.
Parole, parole, parole… emozioni e sentimenti spesi per inviarli a lei in qualche modo che semplicemente si sono infranti su per una corazza alzata e pronta al mio attacco, come se io fossi un’avversario.
Vedere quella luce che provavi dentro spegnersi via via. Sentire che il calore abbandona quella sottile linea di luce che vi univa e che pian piano quel filo si spegne e diventa qualcosa di buio. Che quando tu cerchi di ridarci luce si spezza e si polverizza come cenere, come se fosse un bacchettino di incenso già bruciato che aspettava il primo sbuffo di vento per volare via.
Ma è bastata una domanda, solo una domanda per rianimare i miei fantasmi. Quelli che avevo chiuso da qualche parte, e come qualcuno mi ha detto mi sono arresa al fatto che avevo perso e che dovevo trovarci un senso. E il senso che ho trovato è stato “Almeno l’hai avuta per un po’ e sai cosa significa provare quello che hai provato”. Amato e perso sono meglio di non aver amato mai.
Ma poi esci per una birra e un montenegro e ti arriva quell’unica domanda che non hai la forza di farti perché ti vergogni troppo della risposta.
“Sei sicura di avere fatto tutto quello che potevi fare?”.
E qui non c’è spazio a maschere o barriere. Anche i silenzi non son silenzi. Se qualcuno ti fa veramente una domanda alla quale ti vergogni di rispondere dentro di te…sei nuda.
E allora rispondi.
“Sì ne sono sicura. Più di così non saprei che altro avrei potuto fare”.
“Hai provato ad invitarla fuori?” “Hai provato a chiamarla?” “Quante volte le scrivi alla settimana?” “Le hai mai chiesto di uscire?”.
“Ci ho provato, ma ho gettato la spugna dopo i suoi no”. Più che altro mi sono arresa alle sue parole che mi dicevano di andare per la mia strada, forse.
“Non hai provato a sufficienza se lei non ti ha detto di sì”.
“Tanto è inutile”.
“Perché pensi che sia inutile?”.
“Perché ormai quello che avevamo non esiste più, ma neanche può più esistere…il nostro legame è morto”.
“[un legame è morto quando uno dei due è 2 metri sotto terra, perché non si potrà più parlare, litigare o chiedere scusa ad una persona che non c’è più]”.
E di colpo capisci perché ti vergogni.
Capisci che sei viva, che hai lottato per prenderti il diritto di viverti le tue emozioni, e nel più bello della tua lotta quando hai abbassato la difesa ti ritrovi esattamente al punto di partenza. Come se i progressi che hai fatto non esistessero affatto. E ti ritrovi di nuovo di fronte alla stessa sberla. E te lo dice una persona al quale non puoi mentire, perché lui ha visto gli antri più oscuri del dolore. E uno che ha sofferto, o soffre, riconosce qualcun altro che ha sofferto o soffre ancora. E se è una bomba di luce, e si è disinnescata, lui non ci sono versi, la domanda giusta te la fa. E ti smerda, come è giusto che sia.
“Mi sono chiesto, se la mia vita finisse oggi, sarei contento di come è andata? No. E se avessi un anno da vivere che cosa vorrei fare? Vorrei fare questo, questo, questo… E allora ho capito di non aver capito un cazzo e di aver sbagliato tutto negli ultimi [5] anni…”.
Ti si apre davanti questa bomba di luce, si disinnesca e si apre, come un guscio e vedi tutta la luce che c’è in un cuore d’acciaio. Che come dice lui non è un cuore che tiene lontano gli altri. No, è un cuore che ti invita ad entrare.
La questione non è tirarti fuori qualcosa, far uscire qualcosa da dentro di te…. Il punto e far entrare gli altri”.
Far entrare gli altri… ed ecco perché ultimamente sto meglio. Ecco perché il TeaTime per esempio è una cosa che fa così bene a tutti. Ecco perché se anche sono stanca o ho sonno se sono indietro con i video li guardo o anche se sono a pezzi li giro. Ecco perché… faccio entrare altri per tirarmi fuori dal guscio. Faccio entrare altri perché sto diventando forte, e questi altri che vedono cosa c’è dentro, o che vedono una parte di quello che c’è dentro, mi aiutano,mi prendono per mano e mi aiutano ad uscire.
Ed è inutile dire che certe cose le si deve capire da soli. No. A volte, più spesso di quanto pensiamo, abbiamo bisogno di aiuto. Questo aiuto. Non aiuto psicologico o con un assistente sociale ecc. Abbiamo solo bisogno di venire fuori….

…potrei scrivere per ore. Ho la parte conscia che galleggia nella quotidianità e l’inconscio in subbuglio.
consiamente sento una parte di me che lavora per analizzare nuove idee e nuove riflessioni, ma ancora non capisce cosa.
Lui ha trovato una farfalla. Un simbolo. Un qualcosa nel quale si sente rappresentato. Una delicatezza e una gestualità tutta sua. Una farfalla. Sua e di nessun altro. E forse questa farfalla è l’amuleto più potente che poteva trovare. Non solo quello che io potrei chiamare “animale totem” ma proprio un simbolo potente. Uno di quei simboli che ti cuci addosso. Una cicatrice colorata che ti disegni addosso perché quella cicatrice deve star lì.
Forse io devo ancora capire tanto… e sto iniziando a capire di essere solo all’inizio della strada. La guarigione passa per la sofferenza, l’avevo dimenticato.
“Le ferite si disinfettano con l’alcool prima di metterci il cerotto… e non è del cerotto che abbiamo paura… è l’alcool che ci terrorizza”.

L’unica cosa che sono riuscita a dire a fine serata a questo mio amico è che lui è una terapia.
E non c’è nulla di più vero.

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