Modern Witch League – Alfabeto di Strega

D come Dagda

L’origine di questo nome, usato l’articolo [an Dagdáe], è narrata in un passo della (Seconda) battaglia di Mag Tuired, dove ogni eroe e campione delle Túatha Dé Danann spiega a Lúg in quale modo avrebbe impiegato i propri poteri e le proprie capacità per combattere i Fomóire, al ché Eochaid Ollathair ribatte che lui da solo sarebbe stato in grado di fare il lavoro di tutti gli altri messi assieme:

Disse il Dagda: «I poteri che vantate di possedere, io li posso esercitare da solo». «Tu sei dunque il dagdáe!» dissero tutti, e per questo da allora gli fu dato il nome di Dagda.

Tra le varie ipotesi avanzate sul significato di questo epiteto, la più antica la troviamo in un testo etimologico irlandese, le Affinità dei nomi, nel quale Dagdáe viene spiegato come «fuoco di Dio» (da daig e déa) (MacCulloch 1911). Nel suo lavoro pionieristico sulla (Seconda) battaglia di Mag Tuired, Whitley Stokes riteneva invece il nome connesso a un dag «abile», tanto che nella traduzione del testo rendeva la frase summenzionata con: «tu sei il Dagda, la buona mano» [it is thou art the Dagdae, good hand] (Stokes 1891).

In realtà la maggior parte degli studiosi sono persuasi che il nome del Dagda derivi da un *dago-deivos «dio buono». E poiché mór in irlandese vuol dire «grande», Dagda Mór significherebbe appunto «grande dio buono». È questa la traduzione di Elizabeth Gray: «tu sei il Dagda, il dio buono». Tuttavia, come già aveva compreso Stokes, nel testo originale «buono» non è tanto inteso in senso morale, ma come indice di capacità artigianali e magiche. Per questa ragione, pur rifacendosi alla traduzione della Gray, Melita Cataldi traduce in italiano «tu dunque sei il Dagdáe, il dio bravo» (Cataldi 1985).

Ma il Dagda è anche conosciuto con un altro epiteto: Ruad Rófessa, il «rosso che molto conosce» (da fios «conoscenza», preceduto da un prefisso intensivo ró-). Gli studiosi sono persuasi che tale titolo si riferisca alle conoscenze esoteriche del Dagda, il quale sarebbe stato appunto il depositario della scienza druidica, conoscitore delle cose antiche e profonde. «Rosso» è il colore legato al concetto di regalità, ma è difficile comprenderne il senso in relazione al Dagda.

ASPETTI GROTTESCHI E OSCENI NELL’IMMAGINE DEL DAGDA

I dati che abbiamo sul Dagda Mór sono alquanto contraddittori. Si tratta di un personaggio dotato di vasta sapienza e dalle variegate capacità, a cui le Túatha Dé Danann portano assoluto rispetto, eppure i testi ci dànno di lui un’immagine paradossale.

La (seconda) battaglia di Mag Tuired, pur non trascurando di alludere alla grande importanza e dignità del Dagda Mór, ne lascia assai più volentieri trasparire i lati grotteschi, le esagerazioni relative alla sua fame, alla sua forza, alla sua potenza erotica. Il testo non ci va leggero. Il Dagda Mór è costretto dapprima a trangugiare un’enorme quantità di porridge per poi cadere in un sonno profondo, tra gli insulti e le risate dei Fomóire (e qui De Vries non può fare a meno di pensare a Noè (De Vries 1961)). Poi si allontana barcollando per via della sua enorme pancia, con gli abiti malmessi, oscenamente corti, trascinando una mazza così pesante da lasciarsi alle spalle un solco profondo come un fossato. Infine incontra un’intraprendente ragazza fomóir, che lo rovescia al suolo, dentro i suoi stessi escrementi, lo satireggia beffarda, lo costringe a portarla sulle spalle e infine si accoppia con lui.

Anche se il Dagda esce da tutte queste situazioni come il vincitore morale (ritarda l’avanzata dell’esercito fomóir permettendo alle Túatha Dé Danann di organizzarsi per la prossima battaglia, piega i poteri della figlia di Indech a danno degli stessi Fomóire), lo spirito salace di questo episodio sembra avere a che fare più con Rabelais che con la mitologia. Si tratta in effetti di un buon esempio della comicità grossolana tipica del Medioevo, a cui Bachtin attribuiva un significato profondamente positivo (Bachtin 1965). Quello che lascia perplessi, in questo caso, è che La (seconda) battaglia di Mag Tuired è un racconto essenzialmente privo di intenti parodistici. L’episodio del Dagda Mór dovette apparire talmente fuori luogo ai primi interpreti del testo, che, per decenza, Stokes eliminò parte dell’episodio dalla sua traduzione (Stokes 1891).

GLI ATTRIBUTI DEL DAGDA: CLAVA E CALDERONE

Al Dagda Mór viene attribuito uno dei quattro tesori delle Túatha Dé Danann: il calderone [Coire an Dagdae] che le Túatha Dé portarono dalla città boreale di Murias e del quale è detto che «mai una compagnia se ne allontanò insoddisfatta». Il calderone del Dagda era dunque, in primis, un simbolo dell’abbondanza e dell’ospitalità, valori che sancivano la legittimità del sovrano, il quale ospitava nella sua casa gli uomini del clan, e forniva loro cibo e bevande in abbondanza.

Ma presso gli antichi Celti il calderone era un simbolo che ammetteva una gran quantità di interpretazioni diverse, tanto più che, come confermano le fonti archeologiche, esso era il recipiente sacro dei Celti, paragonabile in un certo senso al calice cristiano (Botheroyd ~ Botheroyd 1996). Gli usi documentati dalla letteratura mitologica sono perlopiù legati alla sfera del sacro. Basti pensare al calderone nel quale la dea gallese Ceridwen preparava la pozione della saggezza e dell’ispirazione poetica, o al calderone della rigenerazione citato in uno dei «rami» del Mabinogion, che apparteneva al gigantesco Brân e che – come il caldaio di Medea – era in grado di resuscitare i morti, togliendo però loro il dono della parola. Il calderone di Brân era affine alla sorgente di Sláine nel quale Dían Cécht immergeva i caduti in battaglia, riportandoli in vita.

IL DAGDA MÓR, «PADRE DI TUTTI»

Compito delicato è stabilire che cosa indichi esattamente questo titolo di Ollathair «padre di tutti», assegnato al Dagda Mór. È facile essere condotti fuori strada, e abbiamo visto in fatti che tale epiteto non indica necessariamente uno status di dio supremo, come hanno frettolosamente opinato alcuni studiosi, tramandando una visione distorta del personaggio.

La prima cosa da notare è che, a dispetto del suo epiteto di Ollathair, nei testi mitici il Dagda Mór, pur vantando una numerosa discendenza, non viene mai caratterizzato come capostipite delle Túatha Dé Danann. Inoltre, stando alle genealogie riportate dal Libro delle invasioni e da Seathrún Céitinn [Geoffrey Keating] nei suoi Fondamenti della conoscenza d’Irlanda, la posizione del Dagda nella genealogia danann non ha una posizione particolarmente privilegiata.

Si ha dunque ragione di pensare che l’epiteto di Ollathair «padre di tutti» risalga a uno schema mitologico assai più antico di quello a noi tramandato dai testi. Lo dimostra la stretta correlazione di questo con l’epiteto Allföðr «padre di tutti» che in Scandinavia è attribuito a Óðinn. Ma questa evidenza non deve portarci a creare qualche artificiosa analogia tra Óðinn e il Dagda, i quali sono e rimangono due personaggi completamente differenti, per quanto destinatari finali di un medesimo epiteto. Óðinn era, come sappiamo, l’esito scandinavo del dio germanico che Tacito identificava con Mercurius; e sempre Tacito ci informa che gli antichi Germani consideravano un certo Mannus – non Mercurius – loro padre universale. Ne risulta che fu Óðinn, nel corso dello sviluppo della mitologia scandinava, ad appropriarsi del titolo di Allföðr che in origine non gli competeva.

***

In conclusione, il Dagda Mór è un dio dalle molte capacità e sfaccettature, essenzialmente appartenente alla prima funzione. È un dio della scienza druidica, intesa sia come sapienza delle cose misteriose e profonde, ma anche come ordine istituzionalizzato delle pratiche inerenti alla sfera del sacro.

Riteniamo invece fuorviante considerare il Dagda un dio supremo o comunque un personaggio investito di qualche sorta di regalità. Il suo status di re delle Túatha Dé Danann sembra infatti una derivazione accessoria presente nei tardi annali storici irlandesi, che non caratterizza in alcun modo la definizione del personaggio. Il Dagda non ha nulla a che vedere la regalità guerriera: la sua autorità sembra stendersi piuttosto sul regno dei síde: è lui a decidere quali saranno le residenze sotterranee delle Túatha Dé Danann dopo la sconfitta a opera dei Milesi, e quindi a instaurare il regno occulto e misterioso in cui essi andarono a risiedere quando abbandonarono l’Irlanda agli antenati dei Gaeli.

Il Dagda risulta essere piuttosto un dio dell’oltretomba, legato alla morte e alla rigenerazione. La sua clava che può tanto uccidere che far risorgere i caduti e, in parte, il suo calderone inesauribile, sembrano connetterlo a questa sfera soprannaturale. Non bisogna però pensare a un oltretomba di tipo classico – ciò che svierebbe immancabilmente l’interpretazione del personaggio – ma all’aldilà celtico, sorta di terra dei beati dove si conserva la perfezione originaria e il dono dell’immortalità.

Il Dagda non è dunque uno Iuppiter, ma corrisponde probabilmente al Dis Pater gallico, signore dell’oltretomba, da cui i Galli, stando a un passo di Cesare, ritenevano di discendere. Questo potrebbe spiegare il titolo di ollathair «padre di tutti» attribuito al Dagda, anche se le fonti irlandesi non lo presentano come progenitore ma piuttosto come una sorta di padre spirituale. È tuttavia probabile che i redattori dei testi irlandesi abbiano modificato le genealogie divine, allo scopo di censurare qualsiasi riferimento a miti antropogonici incompatibili con il dato biblico.

Poiché è a sua volta probabile che il Dis Pater cesariano vada identificato nelle immagini gallo-romane del Dio del Mazzuolo, il cui nome gallico è Sucellos, ne deriva che il Dagda può essere messo in correlazione con questo spettro di figure. La clava del Dagda potrebbe corrispondere al mazzuolo-scettro impugnato da Sucellos, il suo calderone con l’olla che Sucellos regge nell’altra mano e che, accessoriamente, è un vero e proprio tino. Ricordiamo ancora che in rare figurazioni il Dio del Mazzuolo veste una pelle di lupo ed è chiamato Dis Pater.

L’identificazione tra il Dagda e Sucellos ha messo d’accordo la maggioranza degli studiosi. Purtroppo riguardo a Sucellos non abbiamo molte informazioni a quel poco che si è ottenuto dall’epigrafia e dall’iconografia gallo-romane, oltre a qualche laconica informazione desumibile dalle fonti classiche. Ma del resto anche la figura irlandese del Dagda non emerge sempre in modo chiaro. Tutto ciò che ci è pervenuto di quest’ultimo è il prodotto di una lunga evoluzione locale, filtrata per di più attraverso le interpretazioni dei monaci che ci hanno tramandato le fonti. Quanto abbiamo riferito, sono soltanto ipotesi e supposizioni.

Fonte

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