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È da un po’ che ci penso su. Ed è da un po’ che ci cerco una “soluzione” diamo…
l’argomento in questione, per chi già si anima, no non è il lavoro. O sì… diciamo.

Sono anni ormai che mi sono resa conto che di tempo non me ne è rimasto molto, per me. Lavorando 8 ore, con un’ora e mezza di strada al giorno e ora con la nuova oretta della pausa pranzo (se non si capisse mi han cambiato orario) in media sono fuori di casa dalle 7.30 della mattina alle 18.30-19.00 di sera. Dipende dalle commissioni varie ed eventuali che devo o non devo fare.
Non che voglia rinfarcire questo post di riflessioni/sfoghi/capricci sul fatto che la vita è ingiusta e che il mio tempo dovrebbe essere meglio speso, bla bla bla.
Non so bene né come né quando, ma ho smesso ad un certo punto di sentirmi sempre con l’acqua alla gola. Muovermi a finire questo, per andare di là, per fare quello e poi poter tornare a casa (che poi ci sarebbe da aprire una parentesi anche sul “quale casa considerare casa” ma è un altro discorso e non voglio farlo qui).

Premetto che il mio credo, la mia fede, per me non è qualcosa da dimostrare. Non lo è mai stato. Non ne ho mai avuto bisogno. E la pratica, che facevo e condividevo, non era indirizzata a dimostrare nulla. Forse volevo dimostrare qualcosa con me stessa dicendomi “Vedi, sei riuscita lo stesso a farlo!” anche se non avevo tempo, anche se mi sentivo sparire il terreno sotto ai piedi per faccende puramente spirituali come la meditazione, un rituale per la luna piena o un sabbat, ma non ho mai condiviso riflessioni, post su progetti, foto e varie altre forme di condivisione perché volevo “farmi vedere uicci”. Forse ad un certo punto ci ho anche preso gusto, lo ammetto, perché era una bella soddisfazione riuscire a dare una forma e una quantità alla propria pratica, e quando è diventata corposa e vedevo che i passi avanti che facevo erano indiscutibili ai miei occhi mi sentivo fiera di me. Ma non è stato il motivo principale per cui condividevo. Era più che altro un modo per imprimere in memoria (anche digitale) un momento preciso. Per fermare da qualche parte nell’etere pensieri, riflessioni, conoscenze acquisite, curiosità, un modo per conoscere anche altri pagani in rete, un modo per “curiosare” positivamente nei loro altari, capire come altri operavano e conoscere nuovi stimoli di riflessione e crescita. Ed è stato così. E mi sento arricchita come persona (prima che come pagana) da ciò che ho scoperto, e mi sento fortunata perché così ho conosciuto persone veramente interessanti e sono nate delle belle amicizie, e rifarei tutto da capo.
Premetto questo.

Premetto questo per dire che non è che non voglia più continuare così.
Semplicemente non ho più modo di farlo.
Sì, potrei. Il tempo lo si trova. Per ciò che si vuole il tempo lo si trova sempre. Ecco perché tutti nonostante tutto finiscono almeno a curiosare su Amazon o nel negozio che vende ciò che desideriamo o ci facciamo sentire con gli amici o andiamo a visitare dei posti particolari o a fare attività particolari (penso ad acquisti in internet, shopping con i saldi – che ufficialmente durano un mese ma di fatto si può considerare valida solo la prima settimana -, serate brave estive con qualche birra di troppo e chiacchierate al fresco in macchina fino alle 3 di mattina, viaggi, corse di varia natura e maratone, ecc… per prendere dentro gran parte delle persone “impegnate” che conosco).
Sì, potrei trovare il tempo. Lo si trova il tempo.
Per la pratica sento che dovrei trovare il tempo, ma la verità è che non sono più in quella fase della mia vita in cui posso “permettermi” una pratica continua, profonda e seria.
Non perché non lo voglia. Mi fa sentire bene praticare.
Ma poi, più in generale, mi sento spaccata.

È come se finissi con l’essere due persone diverse. Una parte di me legata ad un modo di vedere il mondo e una parte di me che si concentra per vedere le cose dietro al mondo che vede.
Nessuno mi ha mai detto che fosse facile, e io quando ho intrapreso questa strada mi sono detta che era quella giusta per me e che volevo seguirla anche se non era la via più facile. Perché era la mia strada. E avrei trovato il modo di percorrerla perché ne valeva la pena.
Ma negli ultimi mesi mi sono resa conto di tante cose.

Mi sono resa conto che il mio capo (ex capo? Mah…) mi ha manipolato prendendo tutto l’entusiasmo che avevo da brava neolaureata pronta a spaccare il mondo, ricca di idee fuori dagli schemi ordinari, e alcune anche un po’ assurde, e mi ha fatto diventare ciò che lui era più comodo che io diventassi, in modo che potessi diventare un parafulmine in caso di fallimento. Ed è questo che è successo.
Si è fatto più pesante solo perché io mi sono sempre cercata di sottrarre per quanto potevo a ciò che credevo non fosse la scelta migliore. È stato uno stronzo. Uno dei tanti nel mondo dei “lupi dirigenziali” che popolano le aziende. E penso che si sia letto nei miei vari post passati quanto ero entrata in fissa e quanto in effetti abbia fatto male alla mia testa essere schiacciata da una parte e privata del tempo per respirare davvero dall’altra.
Spaccata.

Ora grazie al cielo le cose al lavoro sono cambiate. Non per forza in meglio. Anzi. Diciamo che siamo passati allo step successivo. Ma almeno posso cavarmela da sola e seguire il mio buonsenso. E finalmente mi posso anche permettere di mandarlo a fare in culo senza tante cerimonie (si si è uno sfizio che mi sono già tolta, gioite!). E devo dire che tutto sommato non mi sento più divisa tra quotidianità lavorativa e pratica.

Il fatto è che comunque il tempo è poco, meno di prima, e ho tante cose nuove da portare avanti.
Tanti pensieri da portare avanti. Perché è di questo che si parla.
Di lavoro di testa.

Negli scorsi mesi, per mille mila motivi, mi sono imposta di fare quello che riuscivo. Mettermi d’impegno a far tutto, ma di mollare ciò che potevo mollare.
E ho mollato parecchio. In parte, anche il blog. Anche se mi è dispiaciuto. E cerco di fare in modo che non sia proprio un angolo morto.
E, volete saperlo? Non mi sento più spaccata.
Anzi, mi sento veramente bene.
Quasi meglio, spiritualmente parlando.

È come se lo scorso anno mille lampadine “cosmiche” mi dicessero di mollare un po’ di cose. La connessione internet che non c’è, se c’è non va, se va è lenta, le situazioni che si stavano evolvendo, che stavano cambiando, che si stavano affievolendo e via dicendo, non sto qui a far l’elenco. Anche l’incidente a Yule forse, arrivando all’esasperazione, poteva essere un modo per dirmi “Wè, no lo gheto ancora capio?!”.
Insomma, tutto mi stava dicendo di mollare un po’ le redini, e ho voluto provare a seguire il consiglio.
Ed è stato un bene, per me.

“Ci si accorge di essere adulti quando il tempo non basta mai” ha detto per scherzare una volta mia mamma.
E quando le responsabilità sono troppe, aggiungo. Ma si fa lo stesso, perché infine ce la si fa.
Quindi infine ho diminuito drasticamente la pratica, chiuso il mio cassetto di candele e oli profumati, messo via i cristalli dove non prenderanno la polvere (si spera). Non che non faccia più nulla, è che non lo faccio sempre ma quando “mi trovo a farlo perché mi sento con la testa giusta”. Non so se mi spiego.

Litha l’ho salutato all’alba appena è sorto il sole. Nessun rito, nessuna candela, solo una gran stiracchiata appena sveglia e un “Buongiorno” al sole del solstizio con l’augurio di una buona giornata e di una buona stagione. Per me questo è sufficiente. E non ho bisogno di fare chissà che. E non lo faccio.
Non ritaglio più, quindi, la mia oretta serale per la pratica-divinazione-rito-incanto-meditazione-allestimento-lavoretto-lettura di libro a tema per l’Arte. L’ho deciso io. Ora va così. Può durare come no.
Per alcuni forse sono una cattiva strega, una pagana poco seria, una persona poco spirituale… ma dopo tutto ciò che ho scritto, sul serio dovrei sentirmi così? Io non mi ci sento. Anzi, dirò di più. È stupido pensare che chi non trova il tempo per praticare non è una buona strega, una buona pagana, o quello che è. È stupido perché la pratica non è dissociata dal quotidiano. È sbagliato sentirsi spaccati per tenere in piedi due modi di essere. Sì, è importante essere consapevoli delle cose, essere persone che vedono al di là di ciò che si vede, come dicevo prima, ed essere coscienti di dove ci si trova e perché, ma misurare tutto in base a quanto uno fa è ridurre la pratica a lavoretti di creatività fai da te, fotine composte da pubblicare su Istagram/Facebook o dove vi pare, allestire, comprare, dimostrare qualcosa a qualcuno (anche a se stessi) anche quando non si può farlo, e per me non è una cosa intelligente neanche se lo si fa ingenuamente, perché non è pratica dal mio punto di vista. È ridurre la pratica all’apparire invece che all’essere, al sentire, al credere, al provare una determinata emozione. Che invece rappresenta il cuore della pratica.
Questo per me è sacro.
Questo  per me non è mai cambiato.
E non ho bisogno di dimostrarlo a nessuno.

Mi fa piacere condividere. Lo continuerò a fare. Ma non ne farò una malattia, né un metro per giudicare che tipo di pagano sono… che tipo di persona  sono. Perché non è qualcosa che voglio separare.
La mia religione non mi rende una persona diversa, la mia religione mi rende una persona migliore.
E no, non seguo nessuna tradizione, non ho un Dio/Dea patrono/a, non ho corna di caprone o calici d’argento, non vado a svolgere riti all’aperto (di solito), non ho un famiglio nè una coven, non sono un’ambientalista della domenica, né un’estremista dell’alimentazione senza latte (ma siam matti? Per anni il latte è stato l’unico alimento che bevevo!) che rifiuta “lo sporco del mondo e i poteri della scienza/chimica” e vuole boicottare le multinazionali e le case farmaceutiche e via discorrendo.
Sono solo, umilmente, una persona che usa il buonsenso, cerca di percorrere la sua strada con onestà seguendo il suo pensiero, consapevole del mondo in cui vive, dei suoi pro e dei suoi contro e che lo accetta così com’è perché è realista, e che fa del suo meglio per non peggiorare la situazione inquinando o avendo comportamenti scorretti. Mi sento più ambientalista che mai così, e mi sento pienamente nelle mie scarpe.
Gli altri, facciano quello che credano.
Che corrano, che mangino quello che gli pare, che si mettano in competizione con chi fa parte di realtà che non capiscono, che credano quello che vogliono, di essere dee- reincarnazioni – discendenti di chissà chi anche se infondo sanno che non è vero… che facciano quello che ritengono più giusto per loro in quel momento.
Io però ho il mio pensiero in proposito, e penso di averlo espresso ampiamente in questo post. E questo non significa che voglia criticarli apertamente, ma solo che non la penso come loro e credo ancora che questo mi sia concesso.

Tutto ciò per dire che non sono scomparsa, sto solo ricalibrando un po’ le priorità della mia vita, adattandole a tutto ciò che mi succede intorno.
Alla fine sono dell’idea che tutto quello che facciamo delle nostre vite,  ciò a cui decidiamo se credere o no, cosa decidiamo di dire e per cosa decidiamo di prendercela debba sempre seguire il nostro buonsenso.
Buonsenso e onestà.
Onestà perché non posso pretendere di essere la sacerdotessa dei mari del nord, se abito in un paesino di montagna nelle Alpi. Siamo oneste, se abitiamo in montagna che diavolo pensiamo di sapere sul mare a parte tutte quelle “frasi da cioccolatino”? Su!
Io vivo in campagna, a due passi dalla città. Non avrò Poseidone come dio patrono, ma ho comunque la mia dignità come pagana e questo non mi relega a “strega di categoria B”. Penso che sia bene che i neofiti capiscano questo, perché ormai se non hai una divinità o una tradizione a cui dire di appartenere sembri essere un’ameba sospinto dal vento che non sa dove andare. Invece penso che semmai è vero il contrario.

E accettando tutto questo, seguendo questa linea di pensiero, comprendendo che la mia brava guida spirituale (e qui concedetemelo) mi diceva che dovevo semplicemente mollare un po’ l’acceleratore, ho capito come vivere più serenamente, in modo più completo ed essere una persona più serena ed equilibrata.

Soprattutto, comunque, staccandomi da Facebook e da tutti gli stati superficiali di cui quotidianamente le persone con tanto buon tempo lo inondano.

Detto ciò concludo il discorso,  e continuo con il mio countdown per le ferie, perché quest’anno “a sorpresa” mi hanno… chiesto?… di fare un mese intero di ferie. Tutto Agosto, insomma. Del che io OVVIAMENTE non mi lamento affatto! Soprattutto visto che comunque avanzo ferie!
Quindi, sta settimana siamo a meno 4, con in mente il pensiero che il mese prossimo a quest’ora potrei essere spaparanzata in una spiaggia a rilassarmi, rosolarmi al sole e in buona compagnia.

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