“Diario di una sciamana di città” di Corine Sombrun

Ho da poco concluso la lettura di questo libro, che in realtà è nella mia libreria da qualche mese ma che non avevo ancora preso in mano prima di quest’estate.

Fa parte di una serie di libri che l’autrice, Corine Sombrun, ha scritto per raccontare la sua esperienza diretta nel percorso che l’ha poi portata a diventare una sciamana.

Un primo libro lo avevo già letto e recensito qui e parla della sua esperienza in Amazzonia, prosegue poi con un secondo libro “Il cammino della sciamana” (che purtroppo non ho letto) che racconta della sua iniziazione in Mongolia, dove verrà riconosciuta come persona dotata di capacità sciamaniche e dove incontrerà Enketuya e cioè colei che diventerà la sua maestra nel cammino per diventare una vera sciamana.

In questo libro l’autrice fa ritorno da un primo periodo di addestramento in Mongolia e parla della sua vita a Parigi. Scrive le sue riflessioni quotidiane come in un diario, in modo istintivo, senza troppi discorsi, di getto. Come pensieri rubati e trascritti velocemente nell’attimo in cui arrivano per captare la sensazione fugace provata in quella sua casa parigina. Ma soprattutto, scrive riguardo a come le persone e gli amici attorno a lei abbiano reagito al suo nuovo status di sciamana. Infatti racconta che prima di tutto le chiedono di effettuare un rituale durante il quale l’autrice si “trasforma in lupo” (entra in uno stato alterato di coscienza) e agisce sul piano sciamanico. Così facendo scopre problemi e malattie di alcuni partecipanti che poi continueranno a rivolgersi a lei per risolverli. Come l’amico malato di tumore ai polmoni e l’amica con dei problemi di cuore. Racconta di come lei si senta insicura nell’effettuare guarigioni e in un frangente racconta anche di come si sia sentita “forzata” ad agire contro coscienza ma per esaudire le richieste che le vengono fatte.

Tra una parte e l’altra del libro l’autrice torna in Mongolia dove continua il suo addestramento e apprende nuove conoscenze sciamaniche e rituali da Enketuya. Non parla eccessivamente di questi periodi, anzi li salta totalmente, raccontandoli tramite brevi ricordi in funzione delle sue esperienze a Parigi.

Con queste esperienze potrà far fronte alle richieste che le vengono fatte, in particolare racconta come aiuta una sua amica ad elaborare il lutto a distanza di tempo e a lasciare andare la persona defunta dopo anni di sofferenza.

In seguito a questo periodo di addestramento si renderà conto che le sue capacità si stanno affinando e assieme all’amica psicologa che con lei lavora al suo album sulla etnotrance si sottopone a degli studi scientifici sui diversi stati di coscienza in cui lei cade durante i suoi rituali.

Come ogni diario che si rispetti l’autrice racconta anche di propri crucci personali e nuove sensazioni che si fanno strada dentro di lei. Sensazioni che le permetteranno di proseguire con la sua ricerca grazie alla visione di un uomo medicina, che lei indica molto simile a Geronimo. E sarà questo in effetti il tema del libro successivo.

Questa la storia in breve.

Mia considerazione personale.

Rispetto al libro sul suo viaggio in Amazzonia, confesso di aver preferito questo libro rispetto all’altro, sebbene mi resti una gran curiosità in merito al libro che parla del suo viaggio in Mongolia ma che però difficilmente riuscirò a reperire perché fuori catalogo dalla Piemme.
Non avevo grandi aspettative rispetto a questo libro. Tuttavia, confesso che mi aspettavo qualcosa “di più”.

Tralasciando le scelte morali o meno che l’autrice ha fatto (o si è trovata a fare per forza) e quelle parti in cui l’autrice cerca di “misurare scientificamente” le proprie capacità di sciamana della nuova generazione, come si definisce lei e come l’ha definita Enketuya, noto che manca un aspetto in questo libro che mi sembra così ovvio che trovo assurdo che non sia stato trattato.
Era anche quel qualcosa che mi ha spinto ad interessarmi a quest’autrice.

E cioè, come può riuscire una donna occidentale che apprende arti antiche e segrete di una cultura diversa e lontanissima dalla nostra tornare ed integrarsi con la civiltà che la circonda?

Insomma, una Sciamana 2.0 come unisce la pratica mistica alla vita quotidiana? Oltre all’ attaccare specchi o maschere africane alle porte e pareti, coltivando basilico e dandogli il ‘buongiorno’ o svolgendo riti su ordinazione… certo, farà anche questo, ma nella sua testa come può essere sia la sciamana che la donna occidentale che deve guadagnarsi da vivere e mantenersi ed interagire con il mondo che la circonda a Parigi?

Economicamente, certo, ma anche psicologicamente.

Trovo che la cultura mongola, lo sciamanesimo, il mondo degli spiriti siano lontanissimi dal mondo occidentale e dai fondamenti di questo mondo.

Non penso che si possa solo “fare la sciamana” a Parigi. Come ci si può integrare in una cultura moderna detenendo la conoscenza di una cultura antica? Come coesistono le due donne, la sciamana e l’occidentale? Si alternano continuamente, passando da una consapevolezza ad un’altra, senza interazione tra i due aspetti? E se invece interagiscono, come lo fanno?

Era in effetti una sua paura, descritta all’inizio del libro, ma non ho visto nel proseguo della storia una riflessione al riguardo.

Come è possibile che nel suo “Diario” non ci sia un paragrafo almeno dedicato a questo aspetto?

O forse sbaglio io. Vedo ostacoli che non ci sono.

Forse per chi riceve la chiamata l’integrazione del mondo degli spiriti nel mondo occidentale e nella vita quotidiana non è uno scoglio da superare ma avviene con semplicità, con naturalezza? Forse sono io che non capisco perché non lo sto provando sulla mia pelle?
Può essere come quando si convive con il dolore: semplicemente lo fai?

Boh.

Trovo che l’autrice in molti aspetti dimostri il suo scetticismo in merito alle sue capacità, infatti si sottopone a studi ed esperimenti scientifici per misurare ciò che le accade quando si trasforma in lupo, o quando è in uno stato alterato di coscienza ed è una cosa che probabilmente avrei bisogno di fare anche io al posto suo perché riflette la mentalità occidentale dove siamo entrambe nate, ma allo stesso tempo le riflessioni diciamo sociologiche e psicologiche non vengono minimamente approfondite mentre per me il capire chi caspita sono ora e come vivere la mia vita in seguito a tutto quello che ho vissuto e appreso sarebbe un problema non da poco.
Magari l’autrice ha questo cruccio, ma non lo ha scritto. O forse ha rinunciato completamente ad integrarsi nel mondo occidentale. Forse è parte del processo di morte e rinascita dello sciamano. Dell’iniziazione.

Dal canto mio, ero curiosa di sentire come ha agito l’autrice perché in parte anche io sono così. Divisa tra una visione del mondo ed un’altra. Quella spirituale e quella “occidentale”. Pensavo che ci fossero delle analogie in questo nel libro, nelle riflessioni, nelle debolezze di questa condizione. Invece forse la questione sta tutta in come si guardano le cose, senza fare alcuna distinzione.

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