Non buttiamoci via!

Oggi sono dibattuta. Tutta colpa di Dario Vignali ed il suo post/biografia, del suo entusiasmo e del successo dei suoi progetti.

Quando sono uscita dall’università ero convinta che sarei potuta diventare una persona come lui. Che avrei potuto fare ciò che sta facendo lui. Ero piena di entusiasmo, non so neanche io dire per cosa. Mi sentivo forte, in grado di fare tutto, di avere il potere di fare qualsiasi cosa. Ero naïve e positiva. Avevo un sacco di speranze e sogni e una parte di me sapeva che avevo davanti molte avventure lavorative nel quale imbarcarmi.
Ingenuamente pensavo che la mia strada sarebbe combaciata con “il contratto ideale nell’azienda giusta”.
Sono 6 anni che ho incontrato un potenziale “contratto ideale nell’azienda giusta” e purtroppo – dico veramente purtroppo – le cose non sono come me le immaginavo.

Ma sarebbe troppo facile se fosse così, no?
Dove sta il brivido? L’azzardo? Come si arriva al successo se non si mette nel piatto anche il possibile fallimento? Che rischio ho?
Certo, si hanno sempre rischi anche con il contratto giusto, capiamoci. Ma forse per non avere rischi troppo… rischiosi mi sono persa qualcosa per strada.
Forse lo avrei perso lo stesso, l’entusiasmo. Anche se non avessi trovato il “posto giusto”.

Molti hanno criticato Quo vado, di Zalone, per la sua comicità ed accusandolo di non essere originale e fare film sempre uguali.
Io invece, pur trovandolo un film da guardare con leggerezza, ci ho fatto delle belle riflessioni.
Questo film vuole far ragionare su un mito tutto italiano, che ci tiene ancorati a terra, al passato, ad un sistema rigido, alla nostra gabbia mentale: il posto fisso.
Sì, il posto fisso di Zalone è quello di un dipendente pubblico meridionale con tutta la comicità del caso. Ma il “posto fisso” di cui parla non è solo quello dei dipendenti pubblici. Parla del mondo del lavoro, del nostro sistema lavoro, e di come gli italiani vedono il lavoro.

Parla dell’arretratezza mentale, della paura di mettersi in gioco, della sicurezza dell’abitudine, della poca ambizione, dell’ostinazione e della pigrizia mentale.
E’ un inno all’italiano medio che si accontenta della mediocrità, che non vuole abbandonare ciò che conosce e che si racconta storie per giustificarsi per la propria infelicità.
Parla di come la mentalità rigida ci blocchi e ci impedisca di ottenere ciò che potremmo avere con un po’ di apertura mentale e che ci renderebbe così tanto felici.
E ha così drammaticamente ragione!

E anche Dario Vignali ha ragione.
Lui ai miei occhi è l’emblema dell’italiano del futuro, neanche più solo italiano ma proiettato verso il mondo. Lui è il tipo di persona che i giovani d’oggi dovrebbero prendere ad esempio, battendo la pigrizia mentale e sposando la vita creativa. La stessa vita creativa di cui parlava la Gilbert e ascoltando in pieno il consiglio che Steve Jobs lasciava in eredità al mondo nel suo famoso discorso a Stanford.
Certo, so anche che non possiamo essere tutti come Steve Jobs, pionieri, lungimiranti, rivoluzionari, alternativi, inventori e creativi.
E c’è così tanto bisogno anche delle persone semplici a questo mondo.
Ma ci potrebbe essere più “serenità” nel vedere l’impegno lavorativo della società per la società. E per se stessi.

Forse dovremmo cambiare il significato della parola lavoro. Alleggeriamolo! In modo che non spaventi i giovani.
Forse dovremmo allontanarci dall’idea che tutti dobbiamo fare quello che fanno tutti, perché se lo fanno tutti è giusto.
Forse il trucco sta nell’accettare la paura lasciando la sicurezza, perché la paura mette sul piatto della bilancia anche la serenità e la felicità mentre la sicurezza invece porta solo la noia e l’apatia.

Leggo le righe autobiografiche di Dario Vignali, un ragazzo del ’91, 4 anni meno di me, e mi sento pervasa dall’euforia.

Sia chiaro, lo dice anche lui: sul web si raccontano i successi, non gli insuccessi. Da un certo punto di vista è più facile così.
Ma a pensarci bene, anche no. I successi portano con sé anche gli insuccessi, perché ci si è rialzati dopo un fallimento, si è reagito, si è andati avanti, si è imparato qualcosa che poi ti ha aiutato a ritrovare la strada del successo. Quindi no, dai.
Vanno raccontati i successi! Anche se non vanno negati gli insuccessi.

Finché leggevo mi dicevo “Vorrei essere come lui”. Coraggioso, intraprendente, con buone idee e pronti a tutto per realizzarle. E finché lo pensavo mi dicevo “Sveglia! Tu puoi essere quello che vuoi! Serve solo il coraggio”. E ho iniziato a fomentarmi ed a sovraffollare il cervello di idee e cose che posso fare e mi bruciavano le mani perché volevo iniziare a farle subito.

Mi deprimo a pensare ai modelli che hanno i giovani d’oggi (Belen Rodriguez o qualche altra soubrette ed il calciatore belloccio di turno), che hanno come obiettivo il diventare famosi, far festa e trovare un “posto fisso” (di cui parlavo prima). Vedo studenti che non sanno neanche che cosa studiano a fare, che vedono nel prossimo compito o esame solo un ostacolo da superare per togliersi il peso di dosso e tornar a non fare niente di veramente stimolante ma solo qualcosa di meno noioso per passare il tempo, e che se gli domandi cosa vogliono fare nella vita ti rispondono “Il mantenuto”.

Che desolazione, ragazzi! No, dai… NO! Non buttiamoci via così!
Dovremmo tutti aspirare ad essere come Dario Vignali.

Essere voraci di esperienze, imprese, idee. Il web offre mille spunti per riuscire a fare ciò che vogliamo come dice anche lui nel suo blog. E noi dovremmo almeno provare ad assomigliargli.
Magari qualcuno ci riesce, magari qualcuno no, magari qualcuno fa anche di meglio e finisce con l’assomigliare a Steve Jobs o ad Eisenstein o a Ghandi.
Ma ci vuole voglia di fare.
Io per prima. Non mi tiro fuori!
Devo trovare la mia voglia di fare – quella l’ho trovata, per adesso sono a posto, e trovare il modo di fare ciò che si vuole – su questo forse dovrei lavorarci.

Ci vuole coraggio. Ci vogliono leader e figure pubbliche che ispirino i giovani e non ad essere così.
Dovrei io stessa ascoltare le mie parole e prendere coraggio. Un passo alla volta mi sembra di farlo, ma mi sento lontana dal modo di pensare di questo giovane ragazzo ricco di speranze e che non si fa abbattere dalla paura.

Seguirò con gioia il suo blog (dariovignali.net) e farò tesoro di ciò che vi pubblicherà perché leggere storie come la sua mi ricordano che possiamo fare di più, tutti noi, che siamo al timone della nostra nave e che possiamo decidere dove far vela, anche se il mare ed il meteo sono ignoti e potremmo affondare in ogni momento. E lo facciamo perché al timone si sta bene.

Ripenso sempre alla frase del film Il curioso caso di Benjamin Button:

Non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quel che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo, possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio. Spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita, e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero“.

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