Troppe parole, servono fatti… e pazienza!

Serve il momento in cui dalle parole, le belle parole che tutti ti propinano, le belle parole dietro cui tutti quanti ci nascondiamo (anche io), si passa ai fatti. Alle azioni.
Tante lezioncine, tanti pipponi su “Come fare” questo o quello e nessuna azione.
Va bene, ma… basta!

Tutto e subito

Sono impaziente. Devo vedere subito il frutto del mio lavoro.
Sarà anche per questo che amo la scrittura.
Magari le parole all’inizio sono nella tua testa, ma escono, le butti fuori. Nero su bianco.
Fai! Produci! Crei!
Non stai lì ad aspettare, perché se fai così è sicuro che non scriverai nulla.
Affronto il panico da pagina bianca scrivendo. Tutto quello che le frulla nella mente, parola per parola. Sblocco la mia paura e poi cancello tutto e inizio. Scrivo davvero.

Riguardo alla mania di precisione, ci sto lavorando.
Mi sto forzando a pensare che con l’ansia da prestazione non combinerò nulla.
Mi bloccherò e basta.
Perciò scrivo. Scrivo anche male, scrivo sbagliato, sbavato.
Ma scrivo.
Rileggo, rileggo ancora se devo, ma l’importante per me è non fermarsi e agire. “Chi si ferma è perduto” diceva qualcuno, giusto?
Vanno bene le belle parole, i mille pensieri, l’analisi e la strategia ma ad un certo punto basta: bisogna agire.

Bloccarsi e sbloccarsi

Mi sono bloccata anche io eh! Mi sono ritrovata a dirmi che se non avevo qualcosa di veramente di valore (la mia parola-guida quest’anno) da dare tanto valeva non dare niente, ma questo mi ha tenuta fin troppo ferma.
Così ad un certo punto ho deciso di dirmi “Fanculo! Al massimo sbaglio, che mai può succedermi?”.
Ho dato un’occhiata al post it appeso sopra lo schermo del computer e mi sono ricordata di chi mi ha detto quella frase:

Pensa e parla di meno e fai di più

Parole sacrosante.
Parole sacrosante per me. Che evidentemente tendo a rimuginare troppo sulle cose.
E comunque dopo ho iniziato.
Riga dopo riga. Mail dopo mail. Chiacchierata dopo chiacchierata. Crisi d’ansia dopo crisi d’ansia.

La verità è che non c’è un altro modo per sbloccarsi, se non fare.
L’azione è l’unica medicina all’immobilità di un blocco. Così come si smette di avere paura di qualcosa facendo comunque quella cosa che ci fa tanta paura.

Ci vogliono le palle

Qualcuno una volta mi ha detto “Ci vogliono le palle per mettersi con partita iva al giorno d’oggi eh”. Forse intendeva demotivarmi o forse voleva capire se ero psicologicamente pronta ad affrontare l’impresa che mi accingevo a compiere. In mare aperto, come guerrieri solitari.
“Ci vogliono le palle”…
Ma la sapete una cosa? Le palle ti vengono, se veramente vuoi qualcosa ti vengono.
Saremo anche tutti diversi, ma io penso che quando si prende questa decisione e buttarsi nella libera professione (che è più una vocazione secondo me) non hai altre alternative: vai avanti, perché non si torna indietro. Ed è lì che le palle ti vengono.
Se hai un perché abbastanza forte, ti basterà. Ti basterà per sopportare tutto.
Ti basterà per fare di tutto pur di mantenere il sogno a galla.

Dopo il duro lavoro

Va bene, ancora tante belle parole fin qui.
Parla di meno, fai di più. Fatti scendere le palle e datti da fare.
Va bene. Uno lo fa anche, ma quando ti sembra di lanciare il tuo lavoro nel vuoto?

Lanciare il lavoro nel vuoto non basta, ho imparato. Fare rete, andare “a caccia” di clienti, contattare altri professionisti per delle collaborazioni. Queste sono azioni. Azioni che non vengono lanciate nel vuoto, ma che ti lasciano addosso esperienza. Sia anche solo per fare una chiacchierata che però alla fine non porterà a niente. O non subito.
Sono come semini, che pianti nei tuoi vasetti e che annaffi pian piano giorno dopo giorno.
E così come con le piantine, serve pazienza.

Aaahhh!!! Pazienza!!
L’ho scritto sopra che sono un’impaziente.
La pazienza e la fiducia nel lavoro fatto bene è la più grande lezione che sto imparando da un anno a questa parte con lo yoga.
Non voglio farti un pippone sullo yoga, perché di yoga se ne parla un sacco (a volte pure troppo, e a sproposito). Tuttavia il percorso che sto facendo con lo yoga è una metafora perfetta per questo: imparare la pazienza.

Approposito di pazienza e risultati

Ho iniziato che avevo paura di farmi di nuovo male alle ginocchia.
Ma tutti mi dicevano che “faceva tanto bene”. E per le prime 4-5 lezioni io pensavo che si fossero fumati una pera di gruppo.
Poi invece ho iniziato a capire.
Ho realizzato che ora toccavo di nuovo le punte dei miei piedi, stavo a gambe incrociate, facevo le scale in modo più agevole, sentivo le gambe più forti e non avevo più mal di schiena al mattino (pensavo di dover cambiare materasso).
Con costanza, pazienza e una dose di fiducia piuttosto scarsa (ammetto) ho comunque continuato ad andare, una lezione dopo l’altra. Finché i risultati sono iniziati a spuntare poco alla volta.
Piccoli. Piccole conquiste personali, che mi hanno messo più a mio agio con me stessa.
Eppure ero lì lì per mollare e liquidare lo yoga come uno sport simile al pilates.
Non lo è.

Fare un lavoro, con costanza, fiducia e anche cocciutaggine (io sono pure cocciuta, capitemi), alla fine paga.
E dà l’ultimo tassello al puzzle, quello che cerchiamo tutti quando lavoriamo ad un progetto: risultati.
Raggiungiamo obiettivi, ci dimostriamo forza e determinazione. Saniamo la ferita continua alla nostra autostima.

Quindi, lo so che è un supplizio, ma non ci scappiamo da lì: dobbiamo imparare la pazienza.
Sporcarci le mani, creare, convivere con la sensazione di non parlare con nessuno e lanciare nel vuoto o di annaffiare una pianta che non nascerà mai dalla terra, e resistere.

Sembra un discorso da motivatore, da coach. Eppure è questo, solo questo, il segreto. Ciò che ti fa andare avanti.
Fare, creare, domare l’impazienza e lavorare ancora nonostante tutto.
Come una macchina da battaglia.

Un passo dopo l’altro.

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